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SANGIOVESE
NON SOLO SANGIOVESE
di Fabio
Giavedoni
Il dilemma "Sangiovese,
non solo sangiovese" - ovvero se siano migliori i vini
provenienti al 100% da sangiovese o se, viceversa, sono da preferire quelli che
oltre a questo presentano anche altri vitigni a sostegna - è un
classico del dibattito enologico italiano, quanto il dilemma
"Essere o non essere" è un classico del teatro elisabettiano.
Ho voluto riprendere
l’argomento, dimostrandomi per nulla originale, per due motivi: primo, perchè
nonostante tutto non se ne parla mai abbastanza, e poi perchè avevo intenzione
di portare "sul campo" la discussione, proponendo una degustazione su
misura dell’argomento (vedi pagina Appuntamenti).
Quindi, lasciando da parte
le mie personali opinioni sul tema, ho provato a sentire quelle di varie
persone, a cominciare da Carlo Ferrini, enologo
"principe" nelle vigne del Chianti. Dice Ferrini che è difficilissimo
esprimersi, le vedute sono tante e diverse, e nonostante la sua esperienza di
venti anni tra le vigne di sangiovese, non sa dare risposte definitive.
"Quello che è certo - continua Ferrini - è che spesso, in annate non
buone, c’è bisogno di "allungare", allargare" o
"alzare" il sangiovese, e allora si ricorre ai vitigni migliorativi;
ma se vendemmiate in condizioni ottimali, le uve di sangiovese, anche in
purezza, possono dare vini di altissimo livello. In Toscana, comunque, il
terroir è impronta caratterizzante in entrambi i casi".
Sul discorso interviene Stefano
Chioccioli, winemaker toscano dalla lunga esperienza nei grandi
sangiovesi, insistendo sul fatto che il sangiovese è vitigno dalla curva di
maturazione lunga, che abbisogna di un ottobre caldo per esprimersi al meglio.
Se il clima è contrario, allora si prende la strada dello sposalizio con altri
vitigni, che mette una stampella al sangiovese claudicante, il quale ha sempre
equilibrio e finezza ma che manca spesso di forza e di "dolce". Per
questo, generalmente, nei nuovi impianti si prevedono sempre piattaforme
compensative in misura del 10-15%, con altri vitigni che vanno sempre
vinificati separatamente.
Anche Vittorio
Fiore, "grande vecchio" dell’enologia italiana, considera il
sangiovese un vitigno a rischio, con molte debolezze, per il quale la giusta
maturazione è importante. "Di annate buone negli ultimi venti anni - dice
Fiore - ce ne sono state sei: che fare negli altri anni? Era necessario il "supporto".
Ora, con i nuovi impianti a rese basse, il sangiovese è molto più
autosufficiente, quindi in futuro ci sarà una maggiore frequenza di annate
buone e meno problemi di stabilità. La presenza di altri vitigni sarà pertanto
solo una scelta sul "carattere" che l’azienda vuol dare al vino, per
ricercare un gusto e non più solo per farlo stare in piedi".
Schematizza così Alessia
Antinori, che segue il lavoro sperimentale nell’azienda di famiglia:
"Noi siamo sempre più portati, per il Chianti Classico, a proporre
sangiovesi al 100%, dal momento che gli impianti moderni e l’esperienza di
tanti anni ovviano ai "mali storici" del sangiovese, che nei
differenti terreni e soprattutto nelle annate poco felici, ha sempre avuto
bisogno di "supporti" che permettessero di plasmarlo, accrescendolo
in morbidezza. Continueremo, al contempo, a produrre il Tignanello (sangiovese
+ 20% di cabernet sauvignon), che in questi trent’anni ci ha dato grandissime
soddisfazioni, e che comunque riteniamo riporti nettamente il "segno del
terroir" toscano".
Ma quali sono i migliori
vitigni "stampella"?. Per Ferrini si sceglie il merlot per
"allargare" il sangiovese e il cabernet sauvignon per
"allungarlo". "Ma - dice - nonostante io sia, per gusto
personale, un merlottiano convinto, alla fine trovo che il cabernet stia sempre
bene". "Merlot ottimo perchè non si sente - è il commento di
Chioccioli - mentre anche un 5% di cabernet sauvignon, che comunque ha dato
ottimi risultati, lo avverti sempre. Meglio di tutto sarebbe il syrah, più
corto del sangiovese nella maturazione, ma che si sposa in maniera stupenda con
questo".
Ferrini è di altro parere:
"il syrah, che ha bisogno di tanto caldo, lo vedo bene in Sicilia, al
massimo in maremma, ma nel Chianti può diventare "verde"". Per
Fiore il syrah è un po' a rischio, ma quando viene bene allora è l’ottimale,
amplia l’olfatto e aumenta la complessità del sangiovese.
E per finire una voce dalla
Romagna - quella di Umberto Cesari, dell’omonima cantina - che
subito rivendica le origini romagnole del sangiovese, per poi insistere
nell’opinione che il sangiovese va aiutato. "Può esserci un grande
Sangiovese di Romagna, ma se lo "aiuti" ecco che allora diventa un
grande rosso italiano. Certo è che il vino si "internazionalizza", ma
c’è da dire che oggi il gusto del Sangiovese di Romagna di dieci anni fa non lo
vuole più nessuno".